La parola è un’opera pubblica by Fronte verso network

Oggigiorno si discute tanto del linguaggio utilizzato dai Giudici nelle sentenze.

Talvolta, le persone offese rischiano di essere fonte di vittimizzazione secondaria e cassa di risonanza di vecchi stereotipi.

Vi ricordate la famosa sentenza della Corte d’Appello di Ancona del novembre 2017 che ha assolto due imputati condannati in primo grado per aver concorso nel reato di violenza sessuale di gruppo nei confronti di una donna?

Quella che definiva la persona offesa come “scaltra peruviana”…?

Quella che faceva riferimento a particolari irrilevanti ed eccentrici rispetto alla tipologia dei reati come l’aspetto della vittima? Testualmente: “... non è possibile escludere che sia stata proprio la …” omissis “… a organizzare la nottata “goliardica”, trovando una scusa con la madre, bevendo al pari degli altri, per poi iniziare a provocare il …” omissis “…(al quale la ragazza neppure piaceva, tanto da averne registrato il numero sul proprio telefonino con il nominativo di “vikingo” come da annotazione di PG in atti -, con allusione ad una personalità tutt’altro che femminile, quanto piuttosto mascolina – che la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare”.

È di evidenza che è errato utilizzare tali affermazioni all’interno di una sentenza. Sono frasi infelici. A mio parere, non utili ai fini della motivazione della decisione.

È evidente, altresì, che nessuna massima di esperienza possa portare a sostenere che l’aspetto fisico di una vittima sia un deterrente che impedisca la violenza. Come a voler significare che solo la donna femminile ed avvenente possa essere oggetto di desiderio, pertanto, oggetto di violenza.

Peraltro, le sentenze devono dare conto del ragionamento logico seguito non solo alle parti ma alla collettività tutta. La motivazione dev’essere, dunque, chiara, logica, pertinente.

Attraverso le sentenze la società recepisce e sviluppa messaggi culturali ed importanti. Tuttavia, alcune sentenze possono ostacolare o rallentare la crescita culturale di un Paese.

Occorre evitare che tutto ciò accada prestando maggiore attenzione all’uso delle parole.

Il CSM, con una risoluzione approvata il 9.5.2018, ha invitato gli Uffici Giudiziari ad attuare la specializzazione del Magistrati.
Ci sono anche corsi di formazione specifici sull’uso del linguaggio. E questo è un bene.

Quanto, invece, al linguaggio utilizzato dai Giornalisti?

Anche questo è un tasto dolente.

È di queste ore un titolo assolutamente fuorviante: “Il gigante buono” in relazione al caso di un uomo che ha assassinato una donna.

Il linguaggio dei Giornalisti deve cambiare!

Non possiamo e non vogliamo più leggere: “L’assassino ha ucciso per il troppo amore, non accettava di essere stato lasciato, era depresso, aveva perso il lavoro, era esasperato dal comportamento di lei…”.

Il messaggio è fuorviante allorché si parli di “eccesso d’amore ” o “amore malato” con resoconti che richiamano una sorta di giustificazione dell’azione violenta invece che una naturale manifestazione di un predominio deviante di genere. Così facendo, si attenua il disvalore della condotta.

In realtà, si dovrebbe utilizzare un linguaggio libero da pregiudizi, fornire informazioni utili e trattare la parte lesa con rispetto.

Il mio intervento al convegno organizzato da Fronte verso network per il 19 settembre p.v. verterà su questo tema.

Ma parleremo di tanto altro.
Vi aspettiamo!

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